top of page

Il corpo biomedico

biomedicine body

Il corpo biomedico è un corpo. Nessuno può negarlo.

È un corpo come quello che vediamo nell’immagine scelta per accompagnare questo post: anatomico, esposto, leggibile, osservabile. Un corpo fatto di strutture, organi, tessuti, funzioni. Un corpo che può essere aperto, misurato, descritto, diagnosticato.

Eppure, forse, qualcosa ci disturba. Perché questo corpo è un corpo senza volto.  O meglio: è un corpo a cui il volto non è necessario. Non perché il volto sia stato dimenticato, ma perché, dentro questo specifico modo di conoscere il corpo, il volto è semplicemente irrilevante. Accessorio. Del tutto inutile.

Se questa idea ti sembra fredda, se ti appare disumana, se senti che in questa descrizione manca qualcosa di essenziale, non essere triste. Forse hai appena trovato un indizio importante: hai intuito la distanza tra il corpo biomedico e il corpo olisticamente inteso.

Il primo è il corpo che la medicina deve rendere oggetto per poterlo “conoscere”, “curare”, “controllare”.  Conoscere, curare e controllare, sono tutte dimensioni da verificare.

Il secondo è un corpo più complesso, più ampio, più difficile da ridurre a una sola definizione. Non lo affronteremo qui in modo definitivo: sarà il tema dei prossimi approfondimenti.

Ma partiamo dall’inizio.

Quando proviamo a interrogare criticamente l’autorità della biomedicina (la medicina occidentale) - cioè la sua capacità di stabilire che cosa sia vero, normale, sano o patologico - dobbiamo riconoscere un punto essenziale: il sapere medico non è mai completamente neutro.

La medicina occidentale moderna si presenta spesso come un sapere oggettivo, fondato sui dati, sugli esami, sulle immagini diagnostiche, sui parametri biologici. E in larga parte lo è. La biomedicina ha permesso conquiste straordinarie: diagnosi più precise, cure più efficaci, interventi salvavita, prevenzione, controllo di molte malattie.

Il problema, però, nasce quando confondiamo questa enorme capacità tecnica con una verità totale sul corpo. Perché il corpo, per diventare leggibile alla medicina, deve essere tradotto in un certo linguaggio. Deve diventare un insieme di valori, funzioni, organi, tessuti, sintomi, immagini, percentuali, probabilità. Deve essere scomposto, isolato, confrontato con parametri di normalità.

In altre parole, la biomedicina non guarda semplicemente il corpo: lo trasforma in un oggetto osservabile. E questo passaggio è fondamentale.

Il punto, dunque, non è dire che il corpo biomedico sia “vero” o “falso”. Il punto è capire che il corpo biomedico è un prodotto culturale.

Non è il corpo nella sua evidenza naturale. Non è il corpo così com’è. Non è il corpo finalmente liberato dalle interpretazioni soggettive. È, invece, un corpo costruito da uno specifico sistema di sapere: quello della modernità occidentale, tecnico-scientifica, misurante, classificatoria, normalizzante.

È il corpo che diventa leggibile solo quando può essere scomposto in organi, tessuti, valori, funzioni, parametri, soglie, immagini diagnostiche, probabilità di rischio. È il corpo che esiste pienamente solo quando può essere tradotto in un dato. Ma un dato non è mai innocente. Un dato nasce sempre dentro una domanda, dentro un metodo, dentro uno strumento, dentro un’idea preliminare di ciò che conta. Per questo, ciò che la biomedicina chiama “oggettivo” è già il risultato di una selezione culturale: decide che cosa vedere, che cosa misurare, che cosa ignorare, che cosa considerare rilevante e che cosa lasciare fuori campo.

Il corpo biomedico, allora, non è il corpo universale. È il corpo prodotto da una cultura che ha trasformato la misurazione in verità, la normalità statistica in salute, la deviazione in rischio, il sintomo in segnale da decifrare, l’invecchiamento in problema da gestire. È un corpo senza volto non a caso, ma per necessità epistemologica: il volto non serve perché non rientra nel tipo di verità che questo sistema vuole produrre. Non serve la storia. Non serve lo sguardo. Non serve il desiderio. Non serve il mondo in cui quel corpo vive.

E allora forse dobbiamo dirlo con chiarezza: il corpo biomedico non è più oggettivo di altri corpi. È semplicemente il corpo reso possibile da una precisa cultura dell’oggettività.

Una cultura che, per apparire neutrale, deve cancellare le tracce della propria origine culturale. Per questo, il problema non è che la biomedicina vede troppo poco: il problema è che spaccia il proprio modo di vedere per la realtà stessa.

Ci convince che ciò che essa misura sia il corpo. Che ciò che non misura sia secondario. Che ciò che non entra nel dato sia meno vero. Ma il corpo biomedico non è il corpo: è una versione culturalmente prodotta del corpo.


Una versione potente, certo. Ma proprio per questo da interrogare criticamente.

bottom of page