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LA LONGEVITA' NON ESISTE... O FORSE SI?

Immagine del redattore: Joe Ferraro
Joe Ferraro
26 set
Tempo di lettura: 5 min

Lo so, me ne rendo conto, affermare che la lentezza non esiste sembra quasi un ossimoro all’interno di un convegno sulla lentezza… ma datemi il tempo di argomentare…

Il mio contributo nasce da un’esperienza etnografica condotta tra il 23 e il 25 in sardegna, nelle aree della longevità e in numerose piccole comunità della Barbagia, dell’Ogliastra, della Barbagia di Seulo, del Sarcidano, del Mandrolisai e della Gallura.


In questi anni ho cercato di comprendere non soltanto che cosa fanno i sardi ma soprattutto come vivono e come lo fanno. Spesso, infatti, è proprio nel “come” che si nasconde la parte meno visibile e più profonda di una cultura. Ed è proprio all’interno di questa analisi che ho incontrato ciò che, dall’esterno, viene spesso chiamato lentezza… perché in effetti durante i miei viaggi antropologici in sardegna, il sostantivo lentezza, non è mai uscito dalla bocca degli intervistati. Si tratta in vero di un mito prodotto da uno sguardo esterno alla cultura sarda. Sono sempre i non-sardi a usare questa parola o aggettivo.


Dire che “i sardi sono lenti”, infatti, presuppone che esista una velocità corretta. Uno standard? Ma chi ha stabilito?


Possiamo dire con certezza che il mondo moderno occidentale, soprattutto a partire dall’industrializzazione, ha costruito/inventato un proprio regime del tempo, fondato sulla misurazione, sull’efficienza, sull’accelerazione e sulla produttività.

Il tempo è diventato una risorsa da amministrare, da risparmiare e infine da monetizzare.

Il novecento porterà questa trasformazione alla sua rappresentazione simbolica più evidente. In letteratura come nell’arte si afferma il futurismo di marinetti che celebrera la macchina, il movimento, l’automobile e la velocità.

Qualche decennio più tardi, nel 1936, charlie chaplin, in tempi moderni, mostrerà invece il volto oscuro di quella promessa: un corpo umano costretto a inseguire i ritmi della macchina fino a esserne letteralmente inghiottito.

Questa è la nostra vita oggi.

 

La questione della lentezza richiama, invero, il rapporto con la modernità.

Per lungo tempo, riferendosi ai sardi e alla Sardegna, si è parlato di una certa riluttanza/ostilità verso la modernità e la modernizzazione. Persino Giovanni Lilliu, che tutti conosciamo per il suo immenso contributo all’archeologia e alla paleontologia, ci aveva parlato di una costante resistenziale sarda, provando a spiegare quell’attitudine dei sardi ad opporsi alle cose e alla storia.

Ma l’etnografia ci insegna una cosa importante: prima di classificare un comportamento dobbiamo comprendere il sistema di valori significati nel quale quel comportamento acquista senso. Perché ciò che appare come lentezza non è necessariamente opposizione alla modernità. È qualcosa di più profondo.

È una differente relazione con il mondo.

 

Per spiegare questo aspetto farò riferimento al pensiero di Bruno Latour.  Nel suo Non siamo mai stati moderni (1991), egli mette in discussione una delle grandi narrazioni della modernità occidentale: l’idea che l’essere umano si sia separato dalla natura.

La modernità ha costruito grandi distinzioni: soggetto e oggetto, natura e cultura, umano e non umano. L’uomo diventa il soggetto conoscente e la natura l’oggetto da osservare, misurare, manipolare e trasformare. È proprio qui che latour ci ricorda che quella separazione non è mai veramente avvenuta…. Perché non possiamo uscire dalla natura. Abbiamo bisogno della luce, dell’acqua, delle stagioni, degli animali, delle piante. Siamo organismi tra gli organismi. Animali tra gli animali. Esseri viventi tra gli esseri viventi.


Ed è proprio qui che alcune pratiche e cosmologie sarde acquistano una sorprendente attualità perché i sardi hanno in qualche modo addirittura anticipato – anche inconsapevolmente - le derive della modernizzazione, intuendone la forza deformante nei confronti della vita stessa.

Nella cultura sarda, soprattutto nelle comunità agropastorali, il confine tra cultura e natura appare molto meno netto. Il pastore non può decidere arbitrariamente il tempo della natura. Può conoscerlo. Può interpretarlo. Può organizzarsi. Ma non può cancellarlo.


La nascita di un animale ha il suo tempo. La crescita dell’erba ha il suo tempo. Il formaggio ha il suo tempo. La semina, la vendemmia, il pascolo e la raccolta necessitano di un tempo specifico non trattabile.


L’uomo in Sardegna, quindi, non domina il tempo.  Entra semplicemente in alleanza con esso. Potremmo parlare di una sorta di sintonizzazione ontologica.


Ciò significa che l’azione non viene determinata esclusivamente dall’obiettivo dell’uomo, ma nasce dall’incontro tra intenzione umana, condizioni ambientali, stagionalità, corpi, animali, paesaggi e relazioni.

Sul versante delle cosmologie, le antiche rappresentazioni della madre terra ci ricordano un rapporto con la natura fondato sulla generazione, sulla ciclicità e sul rispetto.

La terra nutre. Genera. Restituisce. Regola. Rispettare la natura, la madre terra, significa anche rispettare i suoi tempi e riconoscere che non tutto il tempo appartiene all’uomo.


Non intendo naturalmente sostenere una continuità lineare e immutata tra le religiosità preistoriche e la sardegna contemporanea. Sarebbe una semplificazione storica. Ma nelle stratificazioni culturali dell’isola — successivamente trasformate, reinterpretate e incorporate nei numerosi sincretismi religiosi — rimane profondamente leggibile un rapporto con la terra ancora capace di permeare l’azione e la vita delle persone.


Vorrei esser chiaro ciò non significa idealizzare la società pastorale né immaginare una sardegna immobile o separata dalla storia. La sardegna ha conosciuto industrializzazione, tecnologia, capitalismo, turismo e trasformazioni profonde. Tuttavia, come abbiamo visto, sopravvive un sapere incorporato secondo cui ogni cosa avviene “nel tempo che ci vuole”.


Il pane ha il suo tempo. Il formaggio ha il suo tempo. Un animale ha il suo tempo. La terra ha il suo tempo. Anche il corpo possiede il proprio tempo.

 

 Qui, il discorso sulla lentezza incontra quello della longevità.

Da antropologo medico, il mio interesse per le Blue zones sarde nasce proprio dalla necessità di spostare lo sguardo dalle spiegazioni esclusivamente biologiche alle relazioni tra corpo, cultura e ambiente.


La genetica, l’alimentazione, l’attività fisica, il microbioma, la struttura familiare, le reti sociali, il territorio sono tutti elementi fondamentali. Ma l’antropologia medica può aggiungere una domanda apparentemente più semplice: come viene vissuta la vita?


La lentezza è dunque un "come"... che ha a che fare con gli stili di vita, che non sono una semplice sommatoria di comportamenti. Non è semplicemente ciò che mangiamo, quanti chilometri percorriamo, quante ore dormiamo o quanta attività fisica pratichiamo. Lo stile di vita è un modo culturalmente appreso di essere nel mondo. È una postura. È un ritmo. È una relazione.


Sorrido sempre davanti alla semplificazione  di alcuni esperti  che, ad esempio, traducono il muoversi dei pastori in indicatori di performance… “che siccome il pastore compie un 20 mila passi al giorno, con una pendenza del 15%, se simuli questa passeggiata in palestra o nelle vacanze, allora puoi aspirare ad essere longevo."


Ovviamente in questa traduzione, essi mancano di comprendere che muoversi nelle montagne significa entrare in relazione con l’ambiente, connettersi con animali, col vento, con le sorgenti, con i cicli delle stagioni.

​Il passo del pastore non è un esercizio, ma un atto di conoscenza. Si cammina per seguire le capre, per trovare nuove erbe, per leggere il cielo. Ogni gesto è colmo di necessità, di ascolto, di senso. Non c’è meccanicità, ma interdipendenza.

​​Il paesaggio – nel movimento del pastore - non è uno sfondo, ma un co-agente: plasma, orienta, insegna.


​Tim Ingold (Being alive, 2011) ci dice che ogni passo del pastore, non è solo un passo, è creazione di mondo. Camminando lungo i sentieri di montagna, seguendo il ritmo delle greggi o l’inclinazione del vento, il corpo si accorda al paesaggio. Il pastore non si limita a osservare il paesaggio: lo vive, lo interiorizza ed entra in risonanza con esso.

Questo movimento – molto più di qualsiasi contapassi – ci fa vivere a lungo.


Per questo ciò che chiamiamo “lentezza sarda” può essere interpretato diversamente. Non come deficit. Non come mancanza di modernità. Non come una forma di pigrizia, ma come un diverso regime temporale, culturalmente e storicamente fondato… che crea una forma di ethos, un modo di intendere il rapporto con la vita


In Sardegna ho trovato un’espressione che esemplifica questo modo: su tantu

Su tantu’, parola sarda intraducibile perché il sardo non è italiano: il pensiero è completamente diverso. Su tantu, è la giusta misura di tutto, "il giusto tempo.”


In conclusione possiamo certamente dire che la Sardegna non ci insegna necessariamente a rallentare, ma ci insegna qualcosa di più radicale: ad accordare il nostro tempo con il tempo del corpo, della terra, delle relazioni e della vita. Ovvero con il tempo che ci vuole.


 

 

 
 
 

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