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La coscienza di Bryan.
La malattia come frattura

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L’uomo che più di ogni altro ha incarnato l’utopia contemporanea della longevità biochimica, il principe del biohacking, il soggetto che ha trasformato il proprio corpo in un laboratorio permanente di misurazioni, protocolli, integratori, infusioni, restrizioni e controllo, ha dichiarato di avere una gastrite autoimmune: una patologia in cui il sistema immunitario attacca la mucosa dello stomaco, cioè uno dei luoghi fondamentali del nutrimento, dell’assimilazione, del sostentamento stesso della vita.

Ma dal punto di vista antropologico Johnson non ha semplicemente “scoperto” questa malattia.

L’ha creata. Non nel senso banale, meccanico o medico del termine. Non perché si possa ridurre una patologia autoimmune a una responsabilità individuale diretta, né perché si possa stabilire una causalità lineare tra un protocollo di vita e l’insorgenza di una malattia. L’ha creata in un senso più profondo, esistenziale, simbolico, antropologico.

L’ha creata perché ha prodotto una frattura radicale tra se stesso e la coscienza. Ha trattato il corpo come materia manipolabile, come organismo da ottimizzare, come somma di organi, parametri, biomarcatori e funzioni biochimiche. Ha creduto che la longevità potesse essere conquistata attraverso il controllo assoluto del fisico, come se il corpo fosse una macchina da correggere e non una totalità vivente da ascoltare. Ma il corpo non obbedisce all’ego. No, il corpo non è soltanto stomaco, sangue, muscoli, ormoni, cellule e tessuti. Il corpo è una mente incarnata, un campo di relazioni, un luogo di verità. È il punto in cui la vita registra ciò che l’individuo non vuole vedere. È la soglia attraverso cui la coscienza parla, anche quando l’ego continua a credere di poter dominare ogni cosa.

Per questo la malattia autoimmune di Johnson è un fatto simbolicamente potentissimo. Perché colpisce proprio il sistema del sostentamento, dell’assimilazione, del nutrimento. Colpisce il luogo in cui il corpo riceve, trasforma, incorpora. Ed è come se il corpo dicesse: “non puoi nutrirti della tua volontà di controllo. Non puoi vivere contro la coscienza e pretendere che la vita continui a sostenerti.”

La longevità non è un rapporto con il fisico. Non è la manipolazione degli organi. Non è la sorveglianza ossessiva dei biomarcatori. Non è la sostituzione della vita con la sua misurazione. La longevità è un rapporto con la coscienza. È la capacità di abitare una dimensione più alta, più profonda, non corruttibile, in cui il corpo non viene più ridotto a oggetto tecnico, ma riconosciuto come luogo di verità. Da questa prospettiva, la malattia non è soltanto qualcosa che si scopre. È qualcosa che, a volte, si genera quando la vita viene forzata a tradire la propria direzione più profonda.

Johnson non ha scoperto una gastrite autoimmune. Ha incontrato, nel corpo, la frattura che aveva costruito nella vita. Ed è esattamente da qui che occorre partire.

La volontà è il mezzo attraverso cui l’essere umano tenta la propria autoaffermazione. Noi pensiamo che tutto possa essere dominato, corretto, realizzato. Pensiamo che la vita possa essere piegata alle nostre intenzioni, alle nostre ambizioni, ai nostri progetti. Ma è l’ego a pensarlo, ed è forse proprio l’ego la parte più fragile, più superficiale e meno decisiva della nostra esistenza. L’ego si muove sulla superficie della vita: costruisce rappresentazioni, desideri, identità, obiettivi. Crede di poter dirigere ogni cosa, ma in realtà dialoga solo con la parte più manipolabile del reale.

Il corpo, invece, non obbedisce alle sue velleità. Il corpo, infatti, non è l’insieme dei muscoli, degli organi o degli atti volontari. Il corpo non è soltanto anatomia, funzione, prestazione. Il corpo è una totalità vivente, una mente incarnata, un campo di relazioni. È ciò che Nancy Scheper-Hughes definisce, superando la visione cartesiana e riduzionista del corpo, come un corpo insieme individuale, sociale e politico. Il nostro corpo è mente. Il nostro è un mindful body.

Questa mente corporea non è pienamente controllabile, perché è connessa a una dimensione più profonda della realtà: la coscienza. La coscienza non ci appartiene. Non possiamo corromperla con le nostre volontà, né inquinarla con le nostre rappresentazioni. Non esistono sistemi di mediazione capaci di piegarla ai bisogni dell’ego. Essa non è un prodotto dell’identità personale, né una funzione accessoria della mente razionale. È piuttosto una dimensione originaria, non negoziabile, in cui la verità del tutto continua ad agire anche quando l’individuo non ne è consapevole.

Il corpo dialoga con questa coscienza. Dialoga con essa anche quando l’ego non sa, non vede, non comprende. Per questo il corpo sa prima di noi. Registra le fratture, le incoerenze, gli scarti tra ciò che viviamo e ciò che siamo chiamati a riconoscere.

La coscienza è una soglia alla quale pochi esseri umani accedono davvero, perché il tributo da pagare è altissimo: bisogna accettare che essa esista. Bisogna riconoscere che non tutto è volontà, controllo, progetto, narrazione personale. Bisogna accettare che esista una verità non riducibile al desiderio umano.

Potremmo immaginare la coscienza come un luogo quantistico, ovvero uno spazio in cui ogni cosa è interconnessa e in cui l’unico elemento reale è la verità del tutto. Fuori da questa coscienza si estende, invece, un mondo virtuale, manipolabile, plasmabile dall’ego e dalle sue volontà. È il mondo delle sovrastrutture umane: la scienza, la religione, l’economia, la medicina, le istituzioni. Tutti sistemi che producono senso, ma anche conflitto, perché non sono dimensioni assolute ma costruzioni storiche, relative, attraversate dal potere e dagli interessi umani, come ci ha insegnato Foucault.

Ma cosa c’entra tutto questo con la malattia?

La malattia è forse il segnale più potente di una frattura. È il linguaggio attraverso cui il corpo manifesta un’incoerenza tra il nostro vivere umano e la direzione più profonda indicata dalla coscienza. Ci si ammala quando ci si allontana da questa dimensione, quando la vita si separa dalla propria verità, quando l’esistenza viene piegata troppo a lungo alle esigenze dell’ego, del ruolo, della prestazione, dell’adattamento.

Il corpo, inteso nella sua totalità, non dimentica nulla. Nulla gli sfugge. Esso registra ciò che la coscienza sa e che l’individuo spesso rimuove. Per questo alcune malattie sembrano eccedere la spiegazione puramente organica. Per questo certe forme patologiche, che la medicina occidentale tende a definire psicosomatiche o autoimmuni, chiedono una visione più ampia.

Le malattie autoimmuni, in particolare, esprimono un paradosso profondo: il corpo che attacca se stesso, il sistema che non riconosce più ciò che dovrebbe proteggere, la difesa che diventa aggressione. La medicina descrive il fenomeno, ne misura gli effetti, ne classifica le manifestazioni, ma spesso fatica a interrogare il senso più radicale di questa frattura.

La medicina occidentale, ancora legata a una lettura prevalentemente fenomenologica e funzionale del corpo, non ha compreso fino in fondo la relazione tra corpo, coscienza e incoerenza esistenziale. Si limita spesso a nominare ciò che non riesce a integrare: psicosomatico, autoimmune, idiopatico. Ma nominare non significa comprendere.

La scienza procede in un’altra direzione. Definisce i propri standard di validazione e poi riconosce come vero soltanto ciò che rientra in quei parametri. In questo modo, però, rischia di confermare se stessa più che di aprirsi alla complessità del vivente.

Per questo, forse, non risolverà davvero ciò che pretende di spiegare.

 

Le strade sono altre, e passano dal corpo, dalla coscienza, dalla relazione profonda tra ciò che siamo, ciò che viviamo e ciò che non possiamo più permetterci di ignorare.

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