
contact@wix.com
+123-456-789
© 2035 by The Clinic.Powered and secured by Wix
L'isola... in Carro a buoi

Oggi è iniziato il viaggio de “L’isola… in carro a buoi”. La partenza da Porto Pozzo, nel nord della Sardegna, non segna soltanto l’avvio di un percorso attraverso l’Isola. Segna soprattutto l’affermazione di un principio apparentemente semplice, eppure oggi quasi sovversivo: abbiamo bisogno di ritrovare la lentezza.
Non si tratta, voglio essere chiaro, di lentezza intesa come incapacità di fare o pigrizia né come arretratezza o come nostalgia di un passato idealizzato, ma come un principio regolatore del vivere umano. Infatti, il valore di questo viaggio non risiede principalmente nel recupero folkloristico di un mezzo appartenuto a un altro tempo. Se così fosse, basterebbe guardarlo passare, fotografarlo, ricordare come vivevano i nostri nonni e poi tornare alle nostre automobili.
No, il carro a buoi diventa fondamentale quando smette di essere un oggetto del passato e comincia a interrogare il presente; perché viaggiare in carro significa accettare una cosa che abbiamo quasi completamente dimenticato: ogni azione possiede un tempo che le appartiene.
Esiste il tempo che ci vuole per attraversare un territorio, per arrivare, per conoscere qualcuno, per lavorare, per riposare e, infine, per vivere. Ecco, noi, col nostro vivere distratto e troppo ambizioso, abbiamo provato a cancellare questo principio. Abbiamo costruito automobili, aerei, treni veloci, connessioni istantanee, dispositivi capaci di comprimere spazio e tempo. Certamente questi strumenti hanno ampliato enormemente le possibilità umane, ma nel farlo abbiamo lentamente confuso la velocità dei nostri mezzi con la velocità a cui dovrebbe procedere la nostra vita.
È qui che nasce una delle grandi contraddizioni della modernità.
Pensiamo di essere diventati più veloci perché le macchine che utilizziamo sono più veloci. In realtà abbiamo finito per chiedere ai nostri corpi, alla nostra attenzione e alle nostre emozioni di adeguarsi al ritmo delle macchine. A tal riguardo, è difficile non pensare a Tempi moderni di Charlie Chaplin: l’uomo che tenta disperatamente di sincronizzare il proprio corpo con la catena produttiva, fino a diventare egli stesso un ingranaggio.
Vedete, forse il problema contemporaneo non è semplicemente che “facciamo troppe cose”; il punto è che abbiamo interiorizzato una velocità che non appartiene al nostro corpo.
Lo stress – la malattia che facciamo fatica a riconoscere come tale - può essere letto anche da questo punto di vista: come la risposta di un organismo continuamente costretto a inseguire un ritmo che non riesce più a metabolizzare. Non semplicemente un problema individuale da gestire attraverso tecniche di rilassamento, ma il sintomo di una possibile incoerenza tra il tempo biologico e il tempo sociale.
Il progresso ci promette continuamente di farci risparmiare tempo, eppure siamo diventati una società che sembra non averne mai abbastanza. È questo il suo paradosso più radicale.
Oggi, durante la prima giornata del viaggio, è accaduta invece una cosa semplicissima: siamo scesi dalle automobili e, scendendo, abbiamo dovuto rinunciare per qualche ora alla nostra velocità.
Il carro non può essere accelerato a piacimento: non risponde a un pedale, non obbedisce immediatamente alla volontà umana… perché davanti ci sono degli animali.
Ed è qui che il viaggio assume per me un significato antropologico ancora più interessante: il carro procede al passo dei buoi. Possiamo desiderare di arrivare prima, possiamo avere un programma, una tabella di marcia, una destinazione, ma il viaggio avanza soltanto nella misura in cui gli animali possono e vogliono procedere.
All’improvviso l’essere umano non è più l’unico regolatore del tempo ed è “costretto” ad osservare, attendere, ascoltare, adeguarsi. E forse deve persino ringraziare… perché sono proprio gli animali, in questo caso, a restituirci qualcosa che avevamo dimenticato: il senso della misura.
Il bovino non conosce la nostra fretta, non sa nulla delle notifiche, delle riunioni, delle scadenze, delle accelerazioni artificiali che abbiamo costruito intorno alle nostre giornate. Il suo passo appartiene ancora al corpo, al terreno, alla temperatura, alla fatica, alla distanza.E noi, almeno per qualche chilometro, siamo stati “costretti” a entrare in quel tempo.
Ma c’è un punto ancora più importante, che non può essere aggirato: in questo scenario antropologico, gli animali hanno il timone. Non soltanto perché determinano i tempi del viaggio. Non soltanto perché il carro procede al loro passo, perché devono fermarsi, bere, riposare, essere ascoltati, ma perché tutto ciò che accade si costruisce “con l’animale”, non “sull’animale”. Questa distinzione è fondamentale.
Nel modello industriale l’animale viene spesso pensato come corpo da gestire, accelerare, contenere, rendere efficiente. Qui, invece, accade l’opposto: il viaggio esiste soltanto se la relazione funziona. Il bovino non è il supporto passivo dell’esperienza, è il suo protagonista.
Oggi l’ho visto con chiarezza. A un certo punto gli animali si sono fermati e hanno riposato. Li ho osservati da vicino mentre, placidamente, chiudevano persino un occhio, come fanno gli esseri viventi quando avvertono che l’ambiente non richiede allerta. Nessuno li spingeva a ripartire. Nessuno cercava di piegare il loro tempo al nostro programma.
Il viaggio, semplicemente, si è fermato perché loro si sono fermati. E questo, in sé, contiene una lezione enorme: significa accettare che l’altro vivente possieda un proprio ritmo, una propria soglia di fatica, un proprio diritto alla pausa. Significa entrare dentro una relazione in cui l’umano non pretende più di essere l’unico centro regolatore dell’azione.
Da un punto di vista antropologico, potremmo parlare di una vera “alleanza interspecifica”, tra due soggetti che vivono insieme nello spazio, nel tempo. Non nel senso romantico di una relazione priva di interesse o di asimmetria. L’uomo, è vero, riceve qualcosa dall’animale: lavoro, forza, possibilità di movimento, continuità di una pratica culturale. Ma anche l’animale riceve qualcosa dall’uomo: cura, protezione, alimentazione, attenzione, una relazione stabile, una forma di vita condivisa.
È qui che emerge l’interdipendenza. Non è soltanto l’uomo ad avere bisogno dell’animale; anche l’animale vive dentro un mondo umano che contribuisce a nutrirlo, proteggerlo, orientarlo. La relazione non è gratuita, ma questo non la rende necessariamente violenta. Al contrario, può essere una forma di reciprocità costruita nel tempo.
Per questo credo sia importante non eludere le obiezioni di chi, legittimamente, guarda con sospetto qualsiasi forma di rapporto tra umani e animali da lavoro. Il problema degli allevamenti intensivi, della crudeltà e della riduzione dell’animale a merce resta intatto e non può essere minimizzato, ma proprio per questo bisogna opporre un distinguo. Non tutte le relazioni con l’animale coincidono con lo sfruttamento industriale. Non ogni forma di lavoro condiviso cancella l’alterità dell’animale; esistono contesti in cui l’animale resta visibile come soggetto, in cui la relazione è regolata dalla cura e in cui il limite dell’animale diventa anche il limite dell’uomo.
Qui il bovino non viene forzato dentro il tempo umano. È l’umano che deve imparare a entrare nel suo… ed è forse questo il punto più radicale.
Per alcune ore, oggi, non siamo stati noi a decidere completamente come andare, quando andare, quanto andare. Abbiamo dovuto osservare, aspettare, adattarci. Abbiamo dovuto educarci all’animale. È forse a questo punto che questa esperienza smette definitivamente di essere folklore: il carro a buoi non è una reliquia. È un laboratorio vivente di relazione che ci mostra che esiste ancora la possibilità di una convivenza in cui il non umano non è semplice strumento, ma partner; non è sfondo, ma presenza; non è oggetto, ma soggetto della relazione. E ci ricorda che prendersi cura di un animale non è un gesto accessorio. È una forma di responsabilità. Gli animali, ne sono certo, sentono la qualità di questa presenza. Sentono il ritmo, la calma, l’assenza di coercizione, la familiarità. E in quella relazione si costruisce qualcosa che non appartiene né soltanto all’uomo né soltanto all’animale. Si costruisce un mondo condiviso.
“L’isola… in carro a buoi” comincia da qui, dalla possibilità, per qualche tempo, di uscire dalla macchina che abbiamo costruito intorno alla nostra vita e tornare ad ascoltare il ritmo del corpo, della terra e degli altri esseri viventi.
Oggi siamo scesi dalle automobili, abbiamo cominciato a camminare al passo dei buoi… perché il viaggio esiste perché lo facciamo insieme.