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Biomedicina.
Il silenzio che non guarisce

biomedicine

Ci sono aspetti della vita che appaiono determinati in modo oggettivo. Così oggettivi da non essere quasi più discussi. La loro evidenza sembra naturale, indiscutibile, sottratta al dubbio. Eppure, molto spesso, questa presunta oggettività non è altro che un assunto culturale reso inossidabile da un’aura di scientificità: una forma di autorità che, proprio perché si presenta come neutrale, riesce a mettersi al riparo da ogni critica.

È dentro questo orizzonte che dobbiamo collocare la medicina. O meglio: una medicina tra le tante.

La nostra medicina, quella occidentale moderna, viene chiamata biomedicina. Il termine, a prima vista, suona rassicurante. Rimanda alla vita, al corpo, alla cura, alla competenza scientifica. Sembra contenere in sé una promessa positiva: conoscere la vita per proteggerla, misurarla per salvarla, intervenire sul corpo per guarirlo.

E infatti, a quasi nessuno verrebbe in mente di contestarla. Non perché la biomedicina non abbia limiti, ma perché siamo stati educati a considerarla non come un sistema culturale, storico e politico, ma come la medicina stessa. Come se non fosse una forma particolare di interpretare il corpo, la malattia e la guarigione, ma l’unico linguaggio legittimo attraverso cui il corpo può essere compreso.

Il problema nasce proprio qui: quando una forma di sapere smette di percepirsi come una prospettiva e comincia a presentarsi come realtà assoluta.

Uno degli effetti più profondi della biomedicina è la spersonalizzazione. Paradossalmente, ciò accade proprio mentre, in molte parti del mondo, si celebra l’avvento della cosiddetta medicina personalizzata. Ma personalizzare non significa necessariamente riconoscere la persona. Una cosa è adattare un protocollo a un profilo genetico, metabolico o statistico; un’altra è ascoltare una biografia, una sofferenza, una storia, un ambiente, un modo singolare di abitare il mondo.

La spersonalizzazione nasce dalla pretesa di oggettività. Il corpo viene tradotto in parametri, indici, soglie, valori numerici. La salute e la malattia vengono collocate dentro intervalli di normalità stabiliti statisticamente. A un certo punto, un numero decide se sei sano o malato, se sei normale o deviante, se hai bisogno di un trattamento oppure no.

Questo non significa negare l’utilità dei dati. Sarebbe ingenuo e persino pericoloso. Il punto è un altro: quando il dato diventa l’unico linguaggio della cura, tutto ciò che non può essere misurato rischia di diventare irrilevante.

Il dolore che non appare negli esami. La stanchezza che non trova un valore alterato. La tristezza che non entra in una diagnosi. La paura che viene liquidata come ansia. Il corpo che parla, ma che nessuno ascolta.

Anche il farmaco, simbolo per eccellenza della potenza biomedica, porta dentro di sé questa ambiguità. Quel foglietto lunghissimo, noioso e quasi illeggibile che chiamiamo “bugiardino” è, in realtà, una piccola confessione epistemologica. Ci dice, tra le righe, che il farmaco non è mai una cura oggettiva in senso assoluto. Ci dice che l’effetto può variare, che il corpo può reagire in modi inattesi, che ciò che guarisce qualcuno può danneggiare qualcun altro, che la specificità umana resta sempre eccedente rispetto al calcolo.

Il farmaco non agisce mai su un corpo astratto. Agisce su quel corpo. Su quella storia biologica. Su quella memoria immunitaria. Su quel microbioma. Su quella biografia. Su quel sistema nervoso. Su quel contesto di vita. Su quella solitudine. Su quella paura. Su quella relazione interrotta con il mondo.

Eppure, nel racconto dominante, la pillola continua a essere presentata come una soluzione quasi taumaturgica. La inghiottiamo e immaginiamo che il suo potere si distribuisca ordinatamente in ogni cellula del nostro organismo. Attendiamo che faccia effetto, come se la cura fosse un evento automatico, lineare, meccanico. Una sostanza entra nel corpo, corregge l’errore, ripristina l’equilibrio.

Ma cosa accade veramente? Siamo davvero guariti, o abbiamo semplicemente assistito a qualcosa di diverso?

La biomedicina stessa ci informa, quasi senza volerlo, sui termini della propria efficacia. Potremmo allora dirlo così: dicesi farmaco biomedico quella sostanza che, ingerita, iniettata, nebulizzata o applicata, raggiunge l’obiettivo di far scomparire il sintomo. Proprio quel sintomo che ci aveva spinto ad andare dal medico, o che ci aveva messi nelle mani del farmacista e del suo budget mensile.

Bellissimo, non trovate? Un vero miracolo! Lo stesso miracolo che la biomedicina rende ancora più seducente riducendo progressivamente i cosiddetti “tempi di guarigione”. Ed ecco che, all’orizzonte, compare un nuovo termine: guarigione, associato alla variabile tempo.

La questione del tempo, si sa, per noi occidentali è un problema serio. Stare male significa fermarsi. Fermarsi significa interrompere il flusso produttivo, saltare una riunione, rinunciare all’ora di tennis, perdere l’aperitivo con le amiche, sottrarsi per qualche giorno alla macchina ordinata degli impegni. Non è un caso che quasi tutte le pubblicità di farmaci insistano sulla stessa promessa: rimetterci in piedi in fretta, in tempo per tornare alla nostra agenda, ai nostri appuntamenti, alla nostra performatività quotidiana.

La guarigione viene così trasformata in rapidità di ripristino. Non importa tanto comprendere che cosa il corpo stia dicendo. Importa farlo tacere il prima possibile.

E poi c’è la questione della guarigione. Già, la guarigione. Il dizionario Treccani la definisce come “il guarire, il riacquistare la salute”. Ma questa definizione, apparentemente semplice, apre una domanda enorme: che cosa significa davvero riacquistare la salute? Se i sintomi ci parlano di un problema, a quale problema si riferiscono esattamente?

È a questo punto che l’imponente struttura biomedica mostra la propria fragilità. Perché alla domanda più radicale — perché sto male? — essa spesso non produce una vera risposta, ma soltanto un rimando ai parametri che fondano il suo stesso linguaggio.

Se hai l’anemia, gli esami diranno che alcuni valori del sangue sono alterati. Se hai la cistite, diranno che è in corso un’infiammazione. Se hai la pressione alta, diranno che il valore supera una soglia. Se hai un dolore cronico, cercheranno una lesione, un danno, una disfunzione. E così via.

Tutto vero, certamente. Ma tutto parziale. Perché sapere che cosa accade nel corpo non equivale necessariamente a sapere perché quel corpo abbia cominciato a parlare proprio in quel modo, in quel momento, dentro quella vita.

Nei casi più fortunati, qualcuno ti dirà che è colpa dello stress. In quelli meno fortunati, scoprirai il termine “psicosomatico”. Ecco, quest’ultimo termine è straordinario. Perché, nella pratica quotidiana, troppo spesso significa: non sappiamo bene cosa tu abbia, non troviamo un danno evidente, quindi il problema è tuo, della tua mente, della tua emotività, della tua incapacità di gestire la vita. Tradotto brutalmente: non c’è molto da fare, questa malattia te la devi tenere.

Il termine “psicosomatico”, che in teoria dovrebbe indicare la profonda continuità tra vita psichica e vita corporea, viene spesso usato come un contenitore residuale. Una zona grigia in cui finiscono tutte quelle sofferenze che la biomedicina non riesce a collocare con precisione dentro i propri schemi.

Non sei abbastanza malato per essere preso sul serio. Ma stai abbastanza male da non riuscire più a vivere bene. È in questa terra di mezzo che molte persone rimangono sospese.

Per tenere il discorso vicino alla vita quotidiana, pensiamo all’ansia. Più o meno tutti, in qualche forma e in qualche momento, ci siamo caduti dentro. L’ansia è una delle grandi esperienze contemporanee: diffusa, trasversale, democratica. Attraversa il lavoro, la famiglia, il corpo, il sonno, le relazioni, il futuro. Non è soltanto un disturbo individuale. È anche un sintomo culturale.

Tu vai dal medico. Lui ti ascolta, almeno così dice. Poi, come se avesse una sfera di cristallo, ti suggerisce una benzodiazepina qualsiasi. La prima dell’elenco, quella più familiare, quella più rapida, quella che “intanto ti calma”. Fine della storia. Mah! Forse la storia finisce per lui, che il suo compito biomedico lo ha assolto. Ha riconosciuto un sintomo, ha associato un farmaco, ha prodotto una risposta. Ma a noi un dubbio resta: quel farmaco mi farà veramente guarire? Oppure silenzierà il sintomo? E se il sintomo fosse proprio il messaggero? E se l’ansia non fosse soltanto qualcosa da eliminare, ma una forma estrema con cui il corpo sta tentando di dire che qualcosa nella mia vita non è più sostenibile?

Qui non si tratta di demonizzare il farmaco. Sarebbe un errore grossolano. Ci sono momenti in cui un farmaco può essere necessario, persino salvifico. Può interrompere una crisi, ridurre una sofferenza insopportabile, permettere a una persona di dormire, respirare, riprendere un minimo di stabilità. Il problema non è il farmaco in sé.

Il problema è quando il farmaco diventa la risposta al posto della domanda. Quando zittisce il sintomo senza interrogare la vita che lo ha generato. Quando produce sollievo senza produrre comprensione. Quando normalizza il corpo senza trasformare il contesto. Quando consente al soggetto di tornare rapidamente alla stessa esistenza che lo aveva fatto ammalare.

È questo il silenzio che non guarisce.

Non il silenzio come quiete - raccoglimento, ascolto profondo - ma il silenzio imposto al corpo. Il silenzio del sintomo soppresso. Il silenzio della domanda mancata. Il silenzio della persona che non viene ascoltata perché la sua sofferenza è stata tradotta troppo in fretta in diagnosi, ricetta, protocollo.

La biomedicina parla moltissimo. Produce referti, prescrizioni, linee guida, cartelle cliniche, classificazioni, protocolli. È un sistema saturo di parole tecniche. Eppure, dentro questa abbondanza di linguaggio, spesso manca la voce della persona.

Manca la domanda più semplice e più radicale: che cosa ti è successo? Non soltanto: che sintomi hai? Non soltanto: quali valori sono alterati? Non soltanto: dove fa male? Ma: che cosa è accaduto nella tua vita perché il corpo abbia cominciato a parlare in questo modo?

Questo è il punto in cui la biomedicina mostra il proprio limite antropologico. Essa può descrivere con grande precisione la lesione, il parametro, l’infiammazione, la mutazione, il deficit, lo squilibrio biochimico, ma fatica a comprendere il senso vissuto della malattia. Fatica a riconoscere che la sofferenza non è mai solo un evento biologico, ma anche un evento biografico, sociale, ecologico e simbolico.

La malattia non interrompe soltanto una funzione del corpo. Interrompe una relazione con il mondo. Interrompe il modo in cui una persona si alza al mattino, cammina, lavora, ama, desidera, progetta, abita una casa, attraversa una città, respira un paesaggio. Interrompe la continuità narrativa dell’esistenza. Costringe a domandarsi chi si è diventati e chi si potrà ancora essere.Ma se tutto questo non viene ascoltato, la cura rimane muta.

La biomedicina può allora intervenire sul corpo senza incontrare davvero la persona. Può abbassare un valore, contenere un sintomo, regolare una funzione, sopprimere un dolore. Ma non necessariamente guarisce. Perché guarire non significa soltanto tornare dentro una soglia statistica di normalità. Guarire significa ricostruire una forma di coerenza tra corpo, vita e mondo.

È qui che l’antropologia medica può aprire una breccia. Non per negare la biomedicina, ma per provincializzarla. Per ricordarle che non è la verità ultima sul corpo, ma una potente forma culturale di interpretazione della vita biologica. Una forma efficace, spesso indispensabile, ma parziale.

Il corpo umano non è soltanto materia organica. È corpo vissuto. Corpo narrativo. Corpo sociale. Corpo ecologico. Corpo esposto al mondo e modellato dalle relazioni. Un corpo che non può essere compreso soltanto attraverso esami del sangue, risonanze, algoritmi diagnostici e protocolli terapeutici.

Per questo il silenzio non guarisce. Non guarisce il silenzio del medico che non ascolta. Non guarisce il silenzio del paziente che non osa raccontare. Non guarisce il silenzio delle istituzioni che trasformano la cura in prestazione. Non guarisce il silenzio di una società che riduce la salute a efficienza, produttività e controllo del rischio. Non guarisce il silenzio di una medicina che misura il corpo, ma dimentica la vita.

Una cura veramente umana dovrebbe invece cominciare da un gesto semplice e rivoluzionario: restituire parola alla persona. Non come appendice soggettiva della diagnosi, ma come parte integrante del processo terapeutico. Perché la malattia non è mai soltanto qualcosa che abbiamo. È qualcosa che ci accade. E ciò che ci accade, per essere curato davvero, deve prima poter essere raccontato.

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